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Uno degli aspetti comuni a molti di noi architetti, è avere una certa fissazione in merito all’autenticità del materiale, a discapito di tutti i ritrovati tecnici industriali in finto-qualcosa.

È davvero complesso motivare a un cliente il perché del proprio “no” davanti un finto legno o un finto marmo: dietro a quel no, non c’è una superficiale presa di posizione o snobismo in cerca della soluzione più costosa, ma un vasto mondo composto da anni di studi accademici, dibattiti di architetti del passato, esempi di pessime realizzazioni e fattori oggettivi che tuttavia richiedono sensibilità/attenzione per esser colti.

una delle probabili risposte al “perchè no?” probabilmente assomiglierebbe tanto al monologo di Meryl Streep sul ceruleo ne “Il Diavolo veste Prada”

“Architetto tutto bello e intelligente, ma in fondo che cambia?”
Che vi interessi o meno il rispetto verso il materiale, il retroscena culturale eccetera, è inevitabile dire che qualsiasi imitazione… rimane un’imitazione. Andiamo al sodo sui dati oggettivi: accostate due materiali – uno finto e uno vero – e osservateli.

La definizione grafica

Certo, esistono lastre ad altissima definizione – che probabilmente costano più del materiale naturale – ma nella gran parte dei prodotti finto-qualcosa noterete una sorta di effetto “stampa”, come se ci si ritrovasse di fronte a una fantasia, a una grafica, e non si riuscisse ad andare oltre con la risoluzione.
In effetti è proprio così, perché al prodotto viene applicata una stampa, e più il materiale è economico, più è ripetitiva e meno è definita nei dettagli.

l’effetto “stampa”: sopra un elemento in grès finto graniglia. Sotto un ricompattato in quarzo con scaglie di pietre e perle. Per vederli in video, eccovi il link

Tatto, odore e udito

Le argomentazioni più battute, di facile e immediato riscontro: non lasciano dubbi e svelano subito “l’inganno”. Al tocco con mano mancherà qualcosa, alla venatura non corrisponderà nessuna increspatura, sembrerà sempre troppo liscio e plasticoso e, peggio ancora, è caldo invece che freddo (es. finto-marmo), freddo invece che caldo (es. finto-legno). A un colpetto sul piano in finta pietra risponde un rimbombo, come per una cassa vuota, niente suono sordo. Un colpo sul grès, non è certo come tamburellare sul legno. Odore? Nessuno nel migliore dei casi.

sx: piastrella grès effetto legno, dx: una doga di parquet rovere. Per vederli in video, eccovi il link

La posa, le applicazioni

Pensiamo a un parquet: quello naturale presenta delle fessure, tra un asse e l’altro, che l’occhio percepisce come profonde, nere, e mai identiche. A volte qualche asse, anche nei parquet recenti, è un poco più sollevato. Ovviamente, come anticipato prima, colore, venature e nodi sono sempre differenti.

Il parquet in piastrelle di grès invece va posato con delle fugature stuccate, che per quanto minime, saranno comunque visibili, per nulla profonde e sempre uguali. Nessuna piastrella si solleverà e sarà tutto piatto, o ancora peggio con un effetto “bombato” sui lati della piastrella. Aggiungete poi che alla varietà naturale del legno, si contrappone la grafica limitata del grès. La differenza è abissale.

Negli arredi, il finto legno-marmo ecc. è percepibile (oltre che per i fattori grafici e tattili già comunicati) nelle coste dei pannelli, nei bordi. Perchè in molti casi è presente un arrotondamento plastico monocromatico, o la linea del foglio plastico (a volte nero, a volte dorato, comunque sempre piatto).

esempi di pannello laminato (o melaminico) in finto legno, dettaglio della costa

Il fattore-tempo

Inutile dirlo, i materiali plastici è difficile che invecchino bene senza sfogliarsi, consumarsi, macchiarsi. Ripararli spesso non ha senso e l’aspetto estetico ne risente.
I materiali naturali al contrario muteranno nel tempo, acquisendo maggiormente fascino col passare degli anni. Modificheranno il proprio aspetto in base alle zone più illuminate, più utilizzate, più bagnate, più stressate dal peso e dallo sfregamento.
Ogni spazio, ogni superficie avrà la sua storia, invecchiando benissimo.

Il fattore economico

I materiali naturali forse saranno più costosi (ma non sempre, credetemi), ma sul lungo periodo premieranno il proprietario. Se eventuali difetti o modifiche avvenute nel corso del tempo dovessero renderlo eccessivamente consumato e disordinato, basta levigare/piombare/piallare/stuccare eccetera, e torna come nuovo. Rinnovare un pavimento o una superficie in vera pietra-marmo-legno non solo è possibile, ma costa meno che demolire e rifare anche col peggiore dei materiali.

Due conclusioni

Tutto ciò significa che bisogna per forza spendere un capitale per avere qualcosa di bello? No, per due diversi motivi.
Primo, esistono anche altri materiali rispetto al legno e marmo, che nella loro vera natura sono davvero molto belli, sanno dare la giusta atmosfera, e infatti sono stati utilizzati anche in progetti ricercati e raffinati. Ceramica, cemento, metallo, vetro, materiali ricomposti, osb, smalto, linoleum, plastica (senza camuffamenti), resina… le possibilità sono infinite.
Secondo, a volte la differenza economica per superfici di ridotte dimensioni è davvero esigua. Per cui si può cedere a un dettaglio o a una porzione in materiale naturale, per poi accostarlo ad altri elementi.

Un po’ di storia?

Mi spiace, ma sarò breve, giusto per saziare un po’ di curiosità. L’argomento è vastissimo e forse non basterebbe una tesi accademica. Il motivo è presto detto: la lotta contro la “contraffazione” del materiale fa parte di una battaglia più grande, che coinvolge l’architettura in toto e non solo il materiale, e ogni architetto, artista, restauratore, intellettuale ha detto la sua.

Si può dire che le radici di questo dibattito risalgano alla rivoluzione industriale di inizio ottocento – come era facile presumere. La linea di condotta generale che è possibile tracciare, ormai parte del nostro bagaglio culturale, è la promozione di un approccio rigoroso, morale nei confronti dell’architettura. E in che consisterebbe? Nell’applicare onestà intellettuale nell’intero iter, dal disegno alla sua stessa realizzazione. Quindi no a tutto ciò che è finto (falsi storici, finti materiali, finte colonne ecc.), non coerente (non pratico, non funzionale, improprio), superfluo (ornamenti non aderenti al principio compositivo, occultamenti, eccessi).

Augustus Pugin, uno dei primi – Herbert, John Rogers: Augustus Welby Northmore Pugin; Parliamentary Art Collection


Ogni architetto-designer-intellettuale ha poi declinato queste massime in favore delle proprie argomentazioni: il movimento Arts and Crafts di William Morris e John Ruskin promuoveva il ritorno all’artigianato; Alvar Aalto cercava di stabilire un nuovo rapporto fra uomo-edificio-natura; Pier Luigi Nervi esaltava edifici nati da ragionamenti statico-strutturali; Renzo Piano crea un nuovo dialogo fra tecnologia e natura; Le Corbusier esaltava il materiale del suo tempo, ovvero il calcestruzzo; Frank Lloyd Wright porta queste riflessioni al concetto di architettura organica e così via…

La scelta di un materiale, nella storia dell’architettura contemporanea ha quindi avuto forti implicazioni estetiche, comunicative, funzionali, culturali, etiche. Scegliere un materiale piuttosto che un altro significa dare un certo tipo di messaggio, potrebbe essere un gesto sovversivo, reazionario o legato all’innovazione.

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